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Roma, 3 apr.2017

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NEWS lunedý 03 aprile 2017

 

NEWS lunedì 03 aprile 2017

 

PSICHIATRIA: BOOM DELLE 'CURE VIRTUALI', 3 MILA APP SCARICABILI

L'analisi degli esperti riuniti a Firenze per il Congresso della società europea Epa

Roma, 3 apr. (AdnKronos Salute) - Lo psichiatra 'virtuale' spopola sul web. Si chiama 'E-mental health': nell'era della tecnologia digitale evoluta, anche la cura dei disturbi psichici passa attraverso la Rete e i pazienti possono in alcuni casi essere gestiti 'in remoto'. Le stime attestano che il 6% delle App sono dedicate proprio alla salute mentale. E' vastissima la gamma di servizi sanitari con oltre 3 mila applicazioni 'scaricabili' dagli store digitali per accedere ai servizi più diversificati: informazioni riguardo specifiche patologie, ricercate via Internet e via cellulare nel 31% dei casi (con una percentuale più che raddoppiata rispetto al 2010), gestione dell'aderenza terapeutica, psicoterapia e programmazione di visite di controllo online.

Un trend in continua ascesa la cui crescita è stimata di un ulteriore 50% entro il 2020. "Dati meritevoli di ulteriori approfondimenti - secondo esperti riuniti a Firenze per il 25° Congresso degli psichiatri europei (Epa) - per la messa a punto di strumenti validi che siano utili al superamento di alcuni limiti della psichiatria tradizionale. E a garantire la migliore assistenza sanitaria e un accesso alle cure sempre più ampio a tutti i pazienti affetti da problemi di salute mentale". Il congresso della Società europea di psichiatria si svolge in Italia per la prima volta e, sempre per la prima volta, ha come presidente una donna, Silvana Galderisi di Napoli.

"La crescente diffusione dei dispositivi portatili e dell'utilizzo di Internet, anche nel campo medico, oltre che della comunicazione - dichiara Galderisi, numero uno dell'Epa - sta determinando un radicale cambiamento nel modo di fare diagnosi, monitorare e trattare le patologie, affiancate da altri mezzi multimediali quali ad esempio chat e teleconferenze, finalizzati alla gestione remota dei servizi per la salute mentale, inclusi la diagnosi, la valutazione periodica del quadro clinico, nonché il trattamento sia farmacologico che psicoterapico".

"L'E-mental health - sottolinea Andrea Fiorillo, docente di Psichiatria all'università della Campania e membro del consiglio direttivo della Società europea di psichiatria - può essere una risorsa molto utile non solo per lo psichiatra, ma anche per il paziente e i suoi familiari. Alcune App oggi molto diffuse, infatti, ricordano al paziente gli appuntamenti con il medico o gli orari in cui assumere la terapia, di fatto alleggerendo i familiari dallo spiacevole compito tradizionale di dover controllare il paziente". L'approccio e l'utilizzo della E-mental medicine ha dunque i suoi pro e i suoi contro.

"Una gestione virtuale del paziente, cioè attraverso i dispositivi elettronici - aggiunge Galderisi - permette di raggiungere e trattare un maggior numero di persone, specie coloro che, temendo l'etichetta di 'malato mentale' e l'emarginazione dal resto della società che purtroppo ancora oggi ne consegue, sono restii a varcare la soglia di un servizio di salute mentale, con il risultato di limitare anche le richieste di aiuto, o coloro che soffrono di fobia sociale per i quali l'idea di incontrare un terapeuta rappresenta un grave disagio. Al coinvolgimento del paziente, si aggiunge anche un ulteriore vantaggio: il migliore rapporto costi/benefici: numerosi studi riportano infatti una riduzione dei costi dell'assistenza sanitaria, a patto che l'utilizzo delle tecnologie elettroniche e mobili non diventi pretesto e strumento per giustificare eccessivi tagli alla spesa per i servizi tradizionali, senza evidenza di una maggiore qualità dell'assistenza".

Dall'altro lato sono però evidenziabili anche alcuni limiti, tra cui il possibile (mancato) rispetto della privacy, in funzione di dati sensibili condivisi online e la natura 'distaccata' del rapporto medico-paziente.

"Nel primo caso - precisa Claudio Mencacci, presidente della Società italiana di psichiatria e direttore del Dipartimento di Neuroscienze all'ospedale Fatebenefratelli-Sacco di Milano - si avverte la necessità di una legislazione adeguata e specifica che garantisca la privacy del paziente, stante il fatto che la notevole diffusione di Internet e degli smartphone non è, oggi, accompagnata da un'adeguata educazione riguardo i rischi correlati a un uso scorretto di questi strumenti, e dall'altro la perdita di empatia nella relazione medico-paziente, dove l'informalità del rapporto digitale può più facilmente esporre persone vulnerabili alle conseguenze di condotte poco etiche da parte di medici poco professionali".

Aspetti che meritano tuttavia una valutazione più approfondita, in funzione di benefici delle e-terapie per la salute mentale, accreditati da studi scientifici. "Ad oggi - prosegue Galderisi - esistono diverse forme di psicoterapia che sfruttano le tecnologie digitali. Tra queste la Cbt (psicoterapia cognitivo-comportamentale) attuata attraverso l'uso di applicazioni elettroniche e mobili, per la quale numerose meta-analisi mostrano risultati paragonabili a quelli ottenibili con le Cbt tradizionali".

"Mancano invece - conclude - dati validi sull'utilizzo di altre tecniche psicoterapiche. Tuttavia, la notevole diffusione dei dispositivi mobili e le promettenti applicazioni della 'mobile health' nel campo della salute mentale, spingono la discussione scientifica nella direzione di ulteriori approfondimenti per la messa a punto di strumenti validi che possano permettere di superare alcuni limiti della psichiatria tradizionale e, al tempo stesso, garantire la migliore assistenza sanitaria ed un accesso alle cure sempre più ampio a tutti i pazienti".

03-APR-17 10:57

 

 SANITA': INFEZIONI IN CORSIA PER 6% RICOVERATI, ARRIVA PIANO LORENZIN

Italia tra ultimi della classe in Ue con batteri più cattivi e infezioni più gravi, notevoli differenze regionali

Roma, 3 apr. (AdnKronos Salute) - Italia tra gli ultimi della classe in Europa sui contagi in corsia. Ogni anno si verificano, in media, sei infezioni ogni 100 ricoverati in ospedale, come confermano le stime delle società scientifiche. Un dato simile agli altri Paesi del continente, ma con una differenza fondamentale: i batteri di casa nostra sono più 'cattivi', ovvero resistenti ai farmaci anche 10 volte di più rispetto ai Paesi più virtuosi. Le differenze regionali (come in molti altri settori della sanità) sono notevoli: difficile avere dati precisi, ma le stime variano dal 5% al 10% di ricoverati contagiati, con diverse Regioni che non rilevano nemmeno i dati. Manca inoltre una strategia nazionale per il controllo delle infezioni ospedaliere e dell'antibioticoresistenza. Un 'buco', quest'ultimo, che potrebbe essere colmato a breve con il Piano ad hoc a cui sta lavorando una commissione ministeriale, voluto dalla ministra della Salute Beatrice Lorenzin.

Un provvedimento "ad ampio spettro", come lo ha definito la stessa Lorenzin, che "affronta - ha anticipato la ministra - innanzitutto il tema della messa in sicurezza degli ospedali, dei meccanismi di igienizzazione anche con ausili innovativi, oltre che il rispetto delle regole base come lavarsi le mani". Nel documento anche "una attenzione maggiore alla diagnostica rapida", aggiunge all'AdnKronos Salute Stefania Stefani che ha collaborato in rappresentanza della Società italiana di microbiologia (Sim).

E forse potrebbe accogliere anche la suggestiva proposta della Società italiana malattie infettive e tropicali (Simit) che pure ha partecipato al lavoro sul Piano, di una 'patente' per la prescrizione degli antibiotici più innovativi e che rappresentano, per alcune infezioni, l'ultima arma a disposizione per vincerle. "Non si tratterebbe di una limitazione alla prescrizione o di qualche forma di divieto - rassicura Marco Tinelli, segretario nazionale Simit - ma di una misura basata sulla formazione periodica, annuale, perché l'epidedomiologia cambia. Una regolamentazione non restrittiva ma intelligente, che speriamo sia accolta". Insomma, a prescrivere alcuni farmaci potrebbero essere solo i medici appositamente formati.

Il Piano sollecitato anche dall'Unione europea dovrà aiutare l'Italia a ridurre il gap con gli altri Paesi e fornire indicazioni uniformi alle Regioni per controllare il fenomeno. "E' un problema che allarma in tutto il mondo - precisa Tinelli all'AdnKronos Salute - Le infezioni ospedaliere, a causa della resistenza ai farmaci, rappresentano un grande rischio. Si calcola che siano 700 mila i decessi ogni anno a livello mondiale. E per i Cdc (Centers for Disease Control and Prevention) americani sono 23 mila i decessi l'anno negli Usa". Purtroppo il trend è in crescita. "Secondo alcune stime - continua Tinelli - nei prossimi 25-30 anni si potrebbe arrivare, a livello mondiale, a 9 milioni".

Per quanto riguarda L'Italia, "la situazione è a macchia di leopardo. Con ospedali e Regioni virtuose e altre realtà non altrettanto positive. In generale - ammette l'esperto - siamo un fanalino di coda nel Vecchio continente per quanto riguarda il contrasto alla resistenza ai farmaci". Tra i batteri più cattivi Klebsiella pneumoniae, multiresistente: dal 2012 al 2015 è passata dal 29% al 35 % per quanto riguarda la resistenza ai carbapenemi (antibiotici di ultima generazione, l''ultima spiaggia'). La media è dell'8,1% in Europa. Tre volte in meno. E si arriva a 10 volte se si considerano i Paesi più virtuosi. Per lo stafilococco aureo, in controtendenza, la resistenza è passata dal 45% al 34%. "Sembra un buon risultato, ma anche in questo caso la media europea è più bassa, arriva al 16%".

In realtà in Italia non esiste ad oggi un sistema di sorveglianza nazionale, perché nel nostro Paese non ci sono ancora sistemi di rilevazione attiva dei dati con personale dedicati, ma sono stati condotti numerosi studi multicentrici di prevalenza. Ed è sulla base di questi e delle indicazioni della letteratura che si può stimare - come indica Epicentro, curato dal Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità - che nel nostro Paese il 5-8% dei pazienti ricoverati contrae un'infezione ospedaliera. Ogni anno, quindi, si verificano in Italia 450-700 mila infezioni in pazienti ricoverati in ospedale (soprattutto infezioni urinarie, seguite da infezioni della ferita chirurgica, polmoniti e sepsi). Di queste, si stima che circa il 30% siano potenzialmente prevenibili (135-210 mila) e che siano direttamente causa del decesso nell'1% dei casi (1.350-2.100 morti prevenibili in un anno).

Proprio per far fronte a questa situazione è stato costituito il gruppo ministeriale che entro la primavera, a quanto si apprende, emanerà il piano di contrasto all'antibiotico resistenza e di cui circola già una bozza. "Fondamentalmente - aggiunge Tinelli - si definiranno misure per la riduzione dell'uso umano e veterinario degli antibiotici, per migliorare l'informazione e per mettere alcuni paletti alla prescrizione", oltre che a favorire, come ribadisce Stefani, l'uso di test per l'identificazione rapida dei patogeni.

Finalmente il nostro Paese - commenta Gaetano Privitera all'AdnKronos Salute, presidente della Società italiana multidisciplinare per la prevenzione delle infezioni nelle organizzazioni sanitarie (Simpios) - potrà avere quadro normativo nazionale di riferimento su questi temi. Le ultime circolari in materia datavano 1985 e 1997. Alcune indicazioni erano già presenti nel Piano prevenzione. Ma non era abbastanza, considerando che la situazione italiana è la peggiore a livello europeo".

"I professionisti - osserva l'esperto - aspettavano da tempo norme di riferimento per riavvicinarci agli standard europei più elevati, in alcune realtà già raggiunti, ma serve uniformità e tutela sull'intero territorio". In Italia, continua, "le percentuali di infezioni ospedaliere sono nella media, intorno al 6%. Ma le infezioni sono più gravi e più a rischio di esiti letali, ci sono più sepsi e infezioni del sangue. C'è un maggior numero di infezioni legate ai cateteri vascolari, non correttamente applicati. Un paziente su due in ospedale riceve almeno un antibiotico, un consumo non giustificato per circa il 50% dei casi" .

03-APR-17 11:07

 

 RICERCA: STUDIO ITALIANO SVELA ORIGINE ALZHEIMER, NUOVA VIA PER TROVARE CURE

Roma, 3 apr. (AdnKronos Salute) - Uno studio tutto italiano fa luce sui meccanismi all'origine della malattia che divora i ricordi. E apre una nuova via alla ricerca di una cura per l'Alzheimer. Non è nell'ippocampo, la struttura del sistema nervoso centrale primariamente coinvolta nelle funzioni della memoria, che va infatti cercato il responsabile del morbo di Alzheimer: all'origine della malattia c'è invece la morte dell'area del cervello che produce la dopamina, un neurotrasmettitore coinvolto anche in motivazione e buonumore. E' la sorprendente scoperta dell'équipe di ricercatori coordinati da Marcello D'Amelio, 42 anni, associato di Fisiologia umana e Neurofisiologia presso l'Università Campus Bio-Medico di Roma. "Questo lavoro getta nuova luce sui meccanismi all'origine della malattia, spiega perché le sperimentazioni di terapie mirate alle placche beta-amiloidi hanno fallito e offre una nuova direzione alla ricerca per trattare l'Alzheimer", spiega D'Amelio all'AdnKronos Salute. Lo studio, appena pubblicato su 'Nature Communications' e al quale hanno collaborato altri scienziati dei laboratori dell'Università Campus Bio-Medico, della Fondazione Irccs Santa Lucia e del Cnr di Roma, è mirato a una patologia che solo in Italia colpisce circa mezzo milione di persone oltre i 60 anni. "Abbiamo effettuato un'accurata analisi morfologica del cervello - riferisce D'Amelio - e abbiamo scoperto che quando vengono a mancare i neuroni dell'area tegmentale ventrale, che producono la dopamina, il mancato apporto di questo neurotrasmettitore provoca il conseguente malfunzionamento dell'ippocampo, anche se tutte le cellule di quest'ultimo restano intatte". Insomma, niente dopamina è uguale a niente memoria.

Negli ultimi 20 anni i ricercatori si sono focalizzati sull'area da cui dipendono i meccanismi del ricordo, ritenendo che fosse la progressiva degenerazione delle cellule dell'ippocampo a causare l'Alzheimer. Le analisi sperimentali, tuttavia, non hanno mai fatto registrare al suo interno significativi processi di morte cellulare. Nessuno aveva finora pensato che potessero essere coinvolte altre aree del cervello nell'insorgenza della patologia. "L'area tegmentale ventrale - sottolinea l'esperto - non era mai stata approfondita nello studio della malattia di Alzheimer, perché si tratta una parte profonda del sistema nervoso centrale, particolarmente difficile da indagare a livello neuro-radiologico".

I ricercatori si sono resi conto che la morte delle cellule cerebrali deputate alla produzione di dopamina provoca il mancato arrivo di questa sostanza nell'ippocampo, causandone il 'tilt' che genera la perdita di memoria. Lo studio ha evidenziato, già nelle primissime fasi della malattia, la morte progressiva dei soli neuroni dell'area tegmentale ventrale e non di quelli dell'ippocampo. Questo meccanismo è risultato perfettamente coerente con le descrizioni cliniche della patologia di Alzheimer fatte dai neurologi.

Non solo: somministrando in laboratorio, su modelli animali, due diverse terapie (una con L-Dopa, un amminoacido precursore della dopamina; l'altra basata su un farmaco che ne inibisce la degradazione) si è registrato il recupero completo della memoria, in tempi relativamente rapidi. Nel corso dei test, gli scienziati hanno registrato anche il pieno ripristino della facoltà motivazionale e della vitalità. Si tratta di una seconda, importante, scoperta. "Abbiamo verificato - chiarisce DìAmelio - che l'area tegmentale ventrale rilascia la dopamina anche nel nucleo accumbens, l'area che controlla la gratificazione e i disturbi dell'umore, garantendone il buon funzionamento. Per cui, con la degenerazione dei neuroni che producono dopamina, aumenta anche il rischio di andare incontro a progressiva perdita di iniziativa, indice di un'alterazione patologica dell'umore".

Questi risultati "confermano le osservazioni cliniche secondo cui, fin dalle primissime fasi di sviluppo dell'Alzheimer, accanto agli episodi di perdita di memoria i pazienti riferiscono un calo nell'interesse per le attività della vita, mancanza di appetito e del desiderio di prendersi cura di sé, fino ad arrivare alla depressione", prosegue l'esperto.

Insomma, i cambiamenti nel tono dell'umore non sarebbero come si credeva fino ad oggi una conseguenza della comparsa dell'Alzheimer, ma potrebbero rappresentare piuttosto una sorta di 'campanello d'allarme' dietro il quale si nasconde l'inizio della patologia. "Perdita di memoria e depressione - dice D'Amelio - sono due facce della stessa medaglia. Il prossimo passo sarà la messa a punto di tecniche neuro-radiologiche più efficaci, in grado di farci accedere ai segreti custoditi nell'area tegmentale ventrale, per scoprirne i meccanismi di funzionamento e degenerazione. Infine, poiché anche il Parkinson è causato dalla morte dei neuroni che producono la dopamina, è possibile immaginare che le strategie terapeutiche future per entrambe le malattie potranno concentrarsi su un obiettivo comune: impedire in modo 'selettivo' la morte di questi neuroni".

I dati sperimentali hanno chiarito anche perché i farmaci cosiddetti inibitori della degradazione della dopamina si rivelino utili solo per alcuni pazienti: funzionano unicamente nelle fasi iniziali della malattia. Con la morte di tutte le cellule di quest'area, la dopamina smette del tutto di essere prodotta e il farmaco non è più efficace. "L'altra sostanza somministrata in laboratorio, la L-Dopa - specifica Annalisa Nobili, prima firma dello studio - non può essere data ai pazienti se non nelle ultime fasi della malattia perché, come emerso anche nei casi di Parkinson, provoca fenomeni di particolare tossicità che possono aggravare le loro condizioni".

“Pur essendo lontana una cura efficace per l'Alzheimer, i risultati della ricerca fanno luce sull'origine della malattia", conclude D'Amelio, "aprendo una nuova strada per arrivare ad un trattamento".

03-APR-17 11:18

 

 FARMACI: SCHIZOFRENIA, ARRIVA IN ITALIA PRIMA TERAPIA 'LONG' DA 4 VOLTE L'ANNO

Firenze, 3 apr. (AdnKronos Salute) - Arriva in Italia una terapia per la schizofrenia da somministrare solo 4 volte l'anno, per evitare il rischio di ricadute e semplificare la vita dei pazienti. Questi, infatti, convivono con il peso di un trattamento da non saltare mai per evitare una ricaduta, un nuovo episodio psicotico che comporta il ricovero e fa crollare con un soffio il castello della vita faticosamente ricostruito. Oggi però la cura delle psicosi è cambiata grazie ai Lai (Long Acting Injectables), farmaci a lunga durata d'azione, che permettono intervalli di somministrazione più lunghi rispetto ai farmaci orali, e grazie ai quali il paziente non è più condizionato dall'assunzione giornaliera della terapia.

"Le prospettive e l'orizzonte dei pazienti si allargano significativamente con l'arrivo della prima terapia trimestrale di paliperidone palmitato - spiega Andrea Fagiolini, ordinario di Psichiatria all'Università degli Studi di Siena - Una somministrazione limitata a sole 4 volte l'anno, un vero e proprio 'respiro di aria fresca' per i pazienti e per gli stessi medici, sempre più liberi dal pensiero della terapia, della non aderenza e delle possibili ricadute. Con la nuova terapia trimestrale il periodo libero dall'obbligo di assumere il farmaco antipsicotico triplica rispetto ai Lai già disponibili, e moltiplica di ben 90 volte rispetto alle terapie orali, pur garantendo una capacità almeno equivalente nel mantenere il paziente libero da ricadute e aprendo in questo modo un'opportunità maggiore per programmare, recuperare le dinamiche sociali e ricostruire i legami affettivi".

Delle nuove prospettive e nuovi paradigmi della terapia delle psicosi si parla in questi giorni a Firenze in occasione del 25° Congresso della European Psychiatric Association (Epa), che riunisce nel capoluogo toscano specialisti di tutta Europa. A essere cambiati, in questi anni, non sono solo le strategie terapeutiche, ma lo stesso volto della malattia psicotica che è sempre più giovane: diminuisce l'età media alla quale i pazienti arrivano dallo psichiatra. Questo perché la patologia viene diagnosticata sempre più precocemente, anche a causa di alcuni fattori esterni che ne anticipano l'esplosione: il consumo di sostanze stupefacenti in primis, ma anche il ritmo di vita frenetico, l'esposizione continua a stimoli diversi, il bombardamento mediatico, l'incitamento alla violenza, che aprono la porta a una malattia probabilmente già presente, ma che in altre condizioni non necessariamente si sarebbe manifestata così precocemente.

"Per affrontare il percorso terapeutico di questi giovani pazienti - sottolinea Carlo Altamura, direttore della Clinica psichiatrica dell'Università degli Studi di Milano, e presidente della Società italiana di neuropsicofarmacologia - è fondamentale tener presente che una più lunga durata di malattia non trattata in soggetti schizofrenici è stata associata a una più lunga degenza ospedaliera, a più alti tassi di ospedalizzazione nel lungo periodo e a una più importante disabilità. Quindi è preferibile trattare la malattia prima possibile, evitando la degenerazione e il peggioramento. Uno studio retrospettivo con 21.492 pazienti affetti da schizofrenia ha mostrato come la terapia di lungo periodo con i farmaci antipsicotici (non con benzodiazepine) sia associata a un minor tasso di mortalità generale e suicidio, rispetto a nessun trattamento".

"Secondo le stime dell'Oms - osserva Alberto Siracusano, ordinario di Psichiatria all'Università degli Studi di Roma Tor Vergata - più di 21 milioni di persone al mondo soffrono di schizofrenia; in Italia sono circa 300.000, secondo uno studio condotto con la collaborazione dell'Università di Tor Vergata. Da tenere presente che le persone affette da schizofrenia hanno una mortalità più del doppio rispetto alla popolazione generale".

Il paliperidone palmitato a somministrazione trimestrale sarà prossimamente disponibile in Italia; è stato approvato dalla Commissione europea a maggio 2016 per il trattamento della schizofrenia nei pazienti adulti in condizioni clinicamente stabili con paliperidone palmitato a somministrazione mensile. "La novità terapeutica presentata oggi è frutto di un impegno costante dell'azienda in ricerca e sviluppo, con l'obiettivo di offrire soluzioni che rendano la vita migliore al paziente - commenta Massimo Scaccabarozzi, presidente e amministratore delegato di Janssen Italia - Non ci siamo mai fermati, da 60 anni a questa parte, nel perseguire un progressivo miglioramento che, passo dopo passo e anno dopo anno, porti a risultati concreti. L'area salute mentale ne è un chiaro esempio: nel punto da cui siamo partiti c'era una situazione in cui questi malati venivano isolati e rinchiusi in manicomi, ora siamo arrivati a parlare di una terapia di 4 volte l'anno. Janssen ha avuto un ruolo centrale in questa rivoluzione".

03-APR-17 14:43

 

 ANZIANI: SESSO SENZA ETA', PER 25% TRA 75 E 85 RAPPORTI NELL'ULTIMO ANNO

Quota più ampia del previsto conserva una vita sessuale vera e propria

Firenze, 3 apr. (AdnKronos Salute) - In media il 20-25% degli anziani tra i 75 e gli 85 anni sostiene di aver avuto almeno un rapporto sessuale nell'ultimo anno. Una quota di anziani più ampia del previsto conserva una vita sessuale vera e propria. E' quanto è emerso durante il 17° Congresso nazionale dell'Associazione italiana psicogeriatria (Aip) che si è svolto a Firenze. Al centro del dibattito relazioni, sentimenti e sfera sessuale degli over 65. A ricercare il piacere del sesso - spiegano gli esperti Aip - sono più gli uomini: per ogni due donne ci sono 3 uomini pronti a vivere questa esperienza. Per sessualità non si intende necessariamente un rapporto completo, ma anche altre forme di erotismo sessuale, spiegano gli esperti in una nota.

"In un editoriale del New England Journal of Medicine del 2015, John Bancroft del Kinsey Institute rilevava che nel gruppo di età fra i 75 e gli 85 anni il 38,5% degli uomini e il 16,7% delle donne riferiva di avere avuto un rapporto sessuale con un partner nell'anno in corso - afferma Leo Nahon, direttore della divisione psichiatrica dell'Ospedale Niguarda di Milano - tuttavia, in ambito medico e anche specialistico, l'argomento della sessualità non viene messo tra gli elementi più rilevanti - aggiunge Nahon - in altri termini né il medico di base né lo specialista, quando si trovano di fronte un ultra 70enne, indagano sul tema della sessualità, a meno che non sia lo stesso paziente a sollevare la questione".

Un problema comune a tanti Paesi, non solo in Europa - notano gli esperti - in cui si nega la sfera sessuale per l'anziano; un fenomeno paradossale, per cui vengono trattati come dei giovani adolescenti, come se la sessualità non li riguardasse e, anzi, talvolta neppure esistesse. Il compito del medico invece è quello di occuparsi della sessualità tra gli anziani. Anche perché si tratta di un importante indicatore per valutare la positiva qualità della vita. "Avere una relazione affettiva che sia più o meno sessualizzata è uno dei fattori di protezione dell'età anziana - spiega Nahon - ed è associato alla longevità, oltreché a un indice della qualità della vita soggettiva più alto. Attività fisica e affettiva sono i due elementi cardine per determinare la qualità positiva della vita dell'anziano".

L'obiettivo - spiegano gli esperti - è dare nuovi valori alla terza e quarta età e in genere alla età anziana, riscoprire i valori della vita relazionale, sentimentale e sessuale dell'over 70. A questo proposito, è necessario attribuire anche una diversa connotazione al concetto di solitudine: non mero isolamento, ma capacità di autonomia. "Va cessata la demonizzazione della solitudine - osserva ancora Nahon - Sicuramente si tratta di una condizione penalizzante per chiunque e per l'anziano in particolare. Tuttavia, siccome per ragioni demografiche accade facilmente che l'età anziana sia associata alla solitudine, bisogna ridarle dignità e valore". La maturità psichica di una persona - concludono gli esperti - è contraddistinta da una serie di elementi, tra cui la capacità di stare soli. Un anziano solo è più fragile di uno con socialità, ma la solitudine può acquisire valore positivo. Un nucleo familiare e legami affettivi generano situazioni favorevoli, ma se non ci sono la solitudine può diventare capacità di reggere in autonomia l'assenza di rapporti sociali diretti.

03-APR-17 18:41

adnkronos Salute

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